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Riflessioni di un periodo trascorso ad osservare il mondo, riflessioni di una persona che ritiene fortemente che qualcosa non vada in questo nostro mondo di luci e ombre, riflessioni di un mondo che non c’è più…

No, non è un post nostalgico questo, tutt’altro. Penso a tanti racconti ascoltati negli anni. Racconti di persone di successo, non di grandi successi, ma di quel successo che ti consente di vivere serenamente e di pensare che puoi metter su famiglia o farti un bel viaggio quando ti senti veramente stanco. Storie di vita comune quindi, non storie di disperazione e neanche di ostentazione. Storie, storie come tante.

Penso al signor G. (non quel signor G.). Il signor G. possiede in Sicilia una serie di negozi affiliati a una catena di abbigliamento di bambini. Più volte abbiamo parlato in passato. Io ero un giovane che iniziava la sua attività nel campo dell’assistenza tecnica. Alle sue chiamate per interventi tecnici c’era sempre il tempo per prendere un caffé e parlare un po’ di tutto. Mi raccontò di come iniziò suo padre. Si usciva dalla Grande Crisi degli anni ’30, a Catania un negozio di lusso faceva bell’esposizione di articoli per pochi fortunati. Un negozio angolare in via Etnea, il salotto buono della Catania dell’ormai secolo scorso.

Lui, il padre, comprese che tanti guardavano quelle vetrine senza poter neanche pensare di acquistare quegli articoli. Il negozio era specializzato in camicie e cravatte per uomini dell’alta borghesia catanese. Agli altri spettava solo di poter osservare da lontano quelle vetrine sognando un giorno di poter acquistare quel simbolo, quello status (un po’ come oggi il cellulare di ultimissima generazione). Eppure era possibile acquistare cravatte a buon prezzo fuori da Catania, andando a Napoli. Andando in ferrovia, un viaggio all’epoca interminabile. Arrivare fin in Calabria e da lì salire pian piano fino a Napoli. Ci voleva tempo, fatica e denari.

Eppure un giorno decise di investire tutto ciò che aveva. Aveva fatto ogni sorta di lavoro sottopagato, era stato garzone di bottega, operaio, contadino. Aveva fatto di tutto ma aveva comunque pochissimo con sé. Raggranellò ogni sorta di prestito, risparmi in monetine, soldi, tanti piccoli e quasi insignificanti soldini (un soldo all’epoca era la ventesima parte di una lira. Un po’ come i nostri centesimi). Affrontò questa scommessa e arrivato a Napoli si caricò di 5 scatole piene all’orlo di cravatte. Di ogni tipo, di ogni colore. Tornò con non poca fatica occupando il corridoio di una carrozza ferroviaria fra il puzzo di contadini e le sgangherate ferrovie dell’epoca. Sfidando la sorte preparò la “sua vetrina” su un carretto abbandonato e si mise all’esterno di quel negozio. Nelle immediate vicinanze. Nel giro di pochi giorni vendette tutte le cravatte fuggendo periodicamente dai commessi che uscivano quasi pronti a “suonargliele” per quella poco cortese concorrenza. Tornò a Napoli, comprò altre cravatte, le rivendette. Restituì i soldini a parenti e amici e continuò tante e tante volte.

La sua storia incrocia, per puro caso quella di mio nonno che vendeva invece scarpe. Si trovarono vicini di bottega quando entrambi poterono aprire la loro piccola bottega. Il loro piccolo spazio finalmente senza nessuno che li inseguisse, senza che il sole gli bruciasse la pelle e l’acqua gli bagnasse financo le ossa.

Ricordo che in famiglia ancora si racconta di mio nonno che un 15 agosto, unico a Catania, decise di aprire il negozio e arrivò a incassare ben 5.000 lire. Una cifra che voleva dire oltre 3.000 euro dei giorni nostri. In mezza giornata. Mezza giornata tolta alla famiglia, al riposo. Donata al sole del 15 agosto. Micidiale.

Ricordo ancora da bambino, in tempi più recenti, di alcuni signori che si guadagnavano da vivere lustrando le scarpe ai passanti. E così hanno vissuto e mantenuto famiglia per tutta la loro vita.

Altri tempi. Oggi il lavoro non c’è. Oggi ci sono diplomifici e fabbriche di lauree e attestati. Oggi viviamo fra dottori e professionisti. Tutti senza lavoro, ma col titolo in mano. Tutti precariamente alla ricerca di fissa occupazione.  Precariamente…

Spesso arrabbiati con gli immigrati colpevoli di far quei lavori che nessun laureato farebbe, se non con la supponenza del signor “so già tutto”.

Eh sì, perché il vero problema spesso non è il titolo ma l’atteggiamento. Col diploma dopo 5 (e dico cinque) anni di studi (spesso di caciara) vado a far il commesso, la commessa? Troppo abituati a mamma e papà pronti a pagar le spesuccie che tanto poi si mangia tutti insieme…

Non piaceranno queste parole. Dico subito che ovviamente si pone anche il problema di datori di lavoro (quando ci sono…) avidi e infidi. Gentaglia pronta a cavalcare “la crisi” instaurando la regola del “o così o nulla…”, del “tutti siamo utili e nessuno è indispensabile”. So bene che c’è anche questa gente.

In questo post però voglio però occuparmi solo di chi vuol il lavoro, ogni diritto e non assolvere ad alcun dovere.

Troppe persone che ritengono soltanto per aver conseguito un titolo di studio di sapere tutto e di non aver bisogno di alcuna gavetta, di non dover faticare.

Ci verranno a raccontare che non è così, che il loro problema è solo non trovare nessuno disposto a far fare loro la giusta gavetta. Spesso -ripeto- è vero.

Ma altrettanto spesso è vero che appena ottenuto un contratto, soprattutto se in un qualsiasi ente pubblico inizia un andazzo già noto: “Fanno tutti così e lo faccio anch’io… “

Il vero male di queste persone deriva forse dall’educazione ricevuta “è mio figlio e quindi ha sempre e comunque ragione”… ma il male che fanno queste persone si ripercuote però su tutti. Su un’intera generazione che forse quella gavetta vorrebbe farla ma non trova più interlocutori. Perché chi è pronto ad assumere a “scatola chiusa” col rischio poi di trovarsi di fronte un supponente titolato incapace di far una “o” con il bicchiere ma che si atteggia a scienziato di fisica quantica?

Tornerò sull’argomento, intanto oltre agli insulti che mi manderete… meditate un po’…